“Più che il faro nelle tenebre, più che il sole a meriggio, splenderà nei secoli…….la luce del martirio fascista”. Questi versi sintetizzano l’idea che animò la costruzione di un monumento così in­solito su una collina: celebrare il fascismo e i suoi caduti nelle lotte che portavano al potere il movi­mento di Mussolini attraverso un faro.

Perchè proprio a Minervino?

La cittadina, che allora superava i 20.000 abitanti, fu teatro di rivolte e di scontri tra fascisti e comunisti, entrambi presenti in maniera mas­siccia, e spinti a lottare forse non tanto da motivi ideo­logici, ma economici, data la precaria condizione economica di questa parte della Murgia.

Agli albori del fascismo, un episodio: il “martirio” di Riccardo Barbera, un proprieta­rio ter­riero uc­ciso da giovani comunisti il 23 Febbraio 1921,in una rappresaglia cau­sata dall’incendio da parte dei fascisti della Camera del Lavoro. Il Barbera stesso uc­cise in questo scontro tre comunisti: il Di Con­solo, il Laviola, il Carbotta.

Solo dopo due anni il “caso Barbera” era divenuto emblema dell’eroismo fascista. Da Mol­fetta partì l’idea di erigere un monumento ai martiri fascisti proprio a Minervino, roccaforte del so­cialismo.

L’architetto Forcignanò, egli stesso miliziano, ne approntò il progetto ispirandosi al faro di La Spezia, che fu approvato dal Comitato fascista presieduto dal minervinese Mario Limongelli.

Il 28 Ottobre 1923 la posa della prima pietra. in essa fu posto un chiaro riferimento al Bar­bera:

Da questa pietra auspicale nel nome benedetto di Riccardo Barbera a memoria di quanti caddero per le italiche conquiste del fascismo liberatore s’innalzerà gigante nello spazio il Faro Votivo la cui fiamma perpetua nelle notti sorrise dalle stelle tormentate dagli uragani irradierà vivida luce di ricordanze e di moniti per la Puglia generosa che dal lavoro fecondo trae la nobile forza la cospicua ricchezza ed offre all’ideale di una Italia sempre più grande eroi e martiri sublimi i fascisti di terra di Bari nello anniversario della marcia su Roma“.

Lo stesso Mussolini offrì Lit. 10.000 alla sottoscrizione per il Faro. Non bastò la sotto­scri­zione degli squadristi, infatti la costruzione del monumento si fermò nel 1925 per riprendere nel 1930 coinvolgendo i Comuni della provincia di Bari corte­semente obbligati dalla Prefet­tura di Bari a versare un “contributo” e la stessa “Gaz­zetta del Mezzogiorno” si adoperò per rac­cogliere fondi. In un primo momento le mae­stranze furono quelle della ditta Labianca di Mi­nervino, ma poi furono sostituite dalla ditta Ceci e Nigro di Barletta.

Il Ministero della Marina offrì il globo luminoso per il faro.

Si attendeva lo stesso duce per l’ inaugurazione, che fu invece presenziata dal Segreta­rio del Partito Nazionale Fascista, Achille Starace.

La cerimonia fu celebrata il 29 giugno 1932, con grande partecipazione di popolo, di gerarchi fasci­sti, delle Amministrazioni comunali dei paesi vicini. Benedisse il monu­mento mons. Paolo Ro­stagno, vescovo di Andria, e fu presente anche il minervinese don Michelangelo Rubino, cappel­lano mag­giore della milizia fascista.

Nello stesso giorno fu inaugurato il tronco stradale della Rivoluzione, che congiungeva il Faro a Castel del Monte e a Bari.

Le due lapidi a destra e a sinistra del monumento celebravano il “martirio” fascista:

Più che il Faro nelle tenebre più che il sole a meriggio splenderà nei secoli conforto ai fedeli rampogna ai traditori la luce del martirio fascista” e sull’altra ora totalmente scalpellata: “Giurati al duce salvarono con la rivoluzione la patria ebbero in premio la vittoria e la immortalità

Seguivano i nomi dei “martiri”: Chi erano questi martiri?

Non erano stati tutti fascisti “professi”. La propaganda fascista aveva raccolto alcuni episodi di scontri e rivolte dei comunisti e aveva dichiarato eroi le vittime di una vio­lenza spesso efferata e gratuita. In questo senso il fascismo diveniva agli occhi del po­polo il garante di un ordine turbato da questi scontri. E’ il caso di Ferruccio Barletta, ferito gravemente e poi morto l’11 aprile 1920 in Piazza Plebiscito (Bovio) da alcuni contadini che parteciparono ad un comizio; o la guardia munici­pale Vincenzo Nobile che fu uccisa mentre accorreva a difendere il giovane Barletta.

Martire fascista si poteva definire Nicola Di Stasi, rimasto privo di un braccio nell’af­fare Bar­bera, ma sopravvissuto, partecipe alla Marcia su Roma, morto nel 1925 per complicazioni cau­sate dalla ampu­tazione del braccio.

Diversa la sorte di un altro minervinese, Domenico Lorusso, perito casualmente du­rante l’as­salto alla Camera del Lavoro.

La sorte del Faro non seguì totalmente quella del Fascismo. Alla caduta del Regime e nel do­poguerra, fu cancellata il più possibile ogni traccia di esso.

Sparirono la lapide al duce, l’aggettivo ” fascista ” e quello che doveva essere il mo­numento ai martiri fascisti di Puglia, divenne il monumento ai martiri di Puglia, a quanti, innamorati di un ideale o mossi da senso della Patria, della difesa dei diritti, perirono, indistintamente.

Il faro è costruito in pietra dura di Minervino, è alto 32 metri e ripropone nella stessa struttura architettonica il simbolo del fascio: sopra un basamento a forma di dado si eleva una struttura tronco-piramidale sulla quale si regge una colonna costituita da quattro scuri littorie unite in fascio.

All’estremità è posto il casotto della lanterna ruotante.

All’interno della colonna una scala a chiocciola in ferro conduce alla soggetta sulla sommità, dalla quale si domina tutta Minervino ed il paesaggio sottostante giungendo a scorgere il golfo di Manfredonia, il Gargano, una parte del Tavoliere delle Puglie e alcuni paesi della vicina Basilicata.

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